Jalan Jalan

Capitolo 9 – Pasar

«Quello che mi piace, di tutta questa roba, è non capire cosa sia, o che significato pretenda di avere. E mi piace avanzare a fatica su stradine cadenti, malridotte, ostili agli istinti del pedone».

(Lawrence Osborne, Bangkok)

26 dicembre 2014
Giorno di Santo Stefano
Suemenep, Isola di Madura
Mattina

La notte trascorre quasi liscia. Se non calcoliamo il condizionatore che muore ad intervalli di tempo regolari per poi riavviarsi con rumori alieni. A parte questo, tutto bene, fino alle cinque del mattino. Qui ho cominciato a contorcermi dai pruriti indotti da qualsiasi cosa ci fosse nelle o sulle lenzuola. Alle 5.50, quando quasi avevo ritrovato il sonno dopo aver passato le pene dell’inferno, l’uomo del nasi goreng, in anticipo di quaranta minuti, bussa alla porta. Dato l’andazzo decidiamo di rimuovere ogni sveglia e recuperare tutto il sonno perduto. In qualche punto temporale tra le 7.00 e le 10.00 veniamo risvegliati – l’ennesima volta – da un rumore assordante di scrosci d’acqua. Dico: “Sarà il bagno del vicino”. Lorenzo mi corregge: “Più probabile che sia il nostro”. Ci sbagliamo entrambi: è un diluvio di portata biblica che si riversa nella hall a cielo aperto dell’albergo.

A mezzogiorno qualcuno bussa alla porta. Non riusciamo proprio a stare tranquilli. Lorenzo va ad aprire in mutande, ormai neanche ci prendiamo più la briga di improvvisare un minimo di decenza. Dal mio tormentato dormiveglia riesco a udire solamente: “Long stay, long stay”. Mi butto giù dal letto e vado a chiarire la faccenda in indonesiano: dobbiamo pagare la stanza. Già che ci sono ne approfitto per andare a chiedere a qualcuno in reception come dovrei vestirmi per visitare il palazzo reale con annessa moschea. Ottengo solo una serie di: “Muslim, muslim”. Ho capito che comunque qualsiasi cosa a maniche lunghe e un velo in testa andranno bene. I due impiegati sembrano in difficoltà perché non so il madurese e mi ostino ad utilizzare la ‘lingua nazionale’ (per citare l’uomo ronda del molo di Bangkanal).

L’amara scoperta della mattinata è che il mobile in camera attacca inesorabilmente ogni oggetto di plastica che ci si posi sopra ed è difficilissimo farlo venire via. Ce ne accorgiamo quando ci poggio il pomello di un cassetto rimastomi in mano.

Ci prepariamo quindi a visitare la città, le cui attrazioni principali sono:

Il kraton (palazzo reale)
La moschea
Il museo delle carrozze (che mi fa tanto Piacenza)
Il mercato di stoffe batik
L corse dei tori allo stadio (che mi fa tanto Siviglia)

Più tardi

Usciamo dall’hotel e ci dirigiamo verso il pasar, il mercato tradizionale, con idee poco chiare circa il percorso (deja-vù). Quando ci fermiamo per comprare del cibo ad un Indomaret Lorenzo si accorge di non avere il portafoglio. Torniamo di corsa all’hotel a cercarlo. Mentre Lorenzo si dà alle ricerche folli in lungo e in largo, io rimango sul motorino a tenere le borse. Dopo pochi minuti si avvicina un signore a caso che comincia il solito repertorio di domande. L’intrattenimento comunque non manca mai. Mentre tento di seguire i discorsi strampalati del mio interlocutore, il garzone del locale lavanderia (che fa anche da garage e cucina) si affaccia dal giardino e mi fa cenno, battendosi l’indice sulla tempia, che l’uomo ha qualche rotella fuori posto. In effetti mi chiedevo se questa giornata avesse altro da offrire.

Continuo comunque a dargli corda, beccandomi anche una serie di complimenti dato che a detta sua il mio viso è proprio: “Like Indian”. Quando la situazione comincia a farsi ingestibile, per fortuna torna Lorenzo. La sua faccia non dice nulla di buono. Proprio in quegli istanti di panico – tra il mio adulatore filo-bollywoodiano e la prospettiva di una denuncia per smarrimento in un’isola in cui a stento si parla la ‘lingua nazionale’ – il ragazzo della lavanderia risbuca fuori come un deus ex machina e con espressione confusa chiede se abbiamo perso qualcosa. Mi rendo conto che la parola ‘portafoglio’ manca al mio vocabolario. Cerco comunque di farglielo capire mimandoglielo, sotto lo sguardo interessato del mio fan. Il ragazzo, sempre con espressione di chi sia appena sbarcato su Marte, tira fuori un oggetto familiare ed esclama: “Come questo?”. Potevo risparmiarmi almeno quindici minuti buoni di teatro dell’assurdo.

Una volta accertato che non abbiamo perso nient’altro, incluso il senno, continuiamo da dove avevamo lasciato. In pochi minuti siamo di nuovo di fronte all’Indomaret, dove nel frattempo è iniziata la pesta (‘festa’), probabilmente l’inaugurazione del nuovo punto vendita. Enormi altoparlanti posizionati a bordo strada pompano hit dangdut a tutto volume mentre tre quarti del piazzale d’ingresso sono occupati da palloncini blu, rossi e gialli, i colori del logo della catena alimentare. Il nostro ingresso è accolto di un coro di: “Selamat datang!” (“Benvenuti”). Ci sbrighiamo a comprare quello che ci serve prima che ci trascinino in qualche karaoke.

Dopo un’altra serie di peregrinazioni ed informazioni fallaci troviamo il benedetto mercato. Molliamo il motorino e ci addentriamo nelle stradine fangose pregne di odori organici. Non è diverso dai mercati che ho visto a Giava, Bali e Sulawesi. L’acquazzone di stamattina ha contribuito ad allargare le pozze e ad ammorbidire il fango, il che crea non pochi disagi. Sotto gli ormai familiari ombrelloni multicolore e le incerate blu e arancio, delle ibu accovacciate davanti a ceste e bacinelle si cimentano in una serie di attività come sbucciare cocchi, affettare durian e pelare verdure lottando con la fanghiglia. Il traffico di gatti e di becak colmi di merci e famiglie arroccate contribuisce a peggiorare ulteriormente la situazione, tanto che non si sa davvero dove mettere i piedi.

Un gatto sonnecchia su un becak dipinto a tema della bandiera inglese. Ogni tanto qualcuno ci chiama: “Mister, Mister!”, più di rado: “Miss!”, qualche: “How are you?” e sporadiche parole in libertà: “Alexandria!”.

Il reparto tessile non è granché, ci sono per lo più hijab e vestiti coprenti di scarsa qualità. Del famoso batik madurese nessuna traccia. Il caldo soffocante degli stand affollati e i continui: “Cosa cercate?”, dei venditori, ci inducono presto a tornare tra lime e frutti del drago, rambutan, zenzero, noccioline e spezie. Una donna scoppia in una delle risate più fragorose mai udite mentre scatto una foto ad un becak, ripetendo a loop ad un uomo vicino a lei: “Becak, becak, becak!”. Sono diventata il giapponese che fotografa le Fiat500.

Mentre usciamo dal mercato, il remix distorto di Sakitnya tuh disini (“Il mio dolore è qui”) della celebre Julia Perez si abbatte sui nostri timpani come una tempesta di meteoriti. Tento comunque di comunicare con l’uomo del parcheggio mentre è intento a disincastrare il nostro motorino da un groviglio di veicoli e gli chiedo informazioni per il palazzo reale. Ci tiene a precisare che il sultano non c’è più dai primi del novecento e ora hanno un reggente (bupati). Lo ringrazio in ‘lingua nazionale’, anche per rassicurarlo che ho intuito, nonostante tutto, che siamo nel ventunesimo secolo.

Il mercato di Sumenep. Bombole di gas e affari in kebaya.
La signora delle uova.
Angurie ed equilibrio.
Becak per tutti.
Ortofrutta.
L’uomo dei cesti colorati.
Pentol.
Mother England.
Trattative.
Jackfruit.
Crackers rosa fritti alla fermata del becak (citazione filmica).
Polli freschi!
Istirahat (‘riposo’).
Trasporto acquisti voluminosi.