Jalan Jalan

Capitolo 8 – Sumenar

«Travelling in Indonesia, whether you are local or foreign, you’ll hear one question before any other: ‘Dari mana?’ ‘Where are you from?’ It’s perhaps natural in this nation of traders, a way of calibrating what this stranger has to offer, what they might buy from you, how they are likely to behave. But it also provides an interesting insight into what Indonesians think of other countries. Including their former colonizers».

(Elizabeth Pisani, Indonesia etc.)

25 dicembre 2014

Natale
Isola di Madura
Sumenep

Il viaggio verso Sumenep non è troppo lungo né stancante. Il paesaggio alterna tratti marittimi di spiaggia paludosa, corredata di graziose barche colorate ormeggiate, a tratti più boschivi dalla fitta vegetazione. Ogni tanto attraversiamo qualche piccolo centro abitato con moschee dagli altoparlanti a tutto volume, sonori mercati del pesce e venditori ambulanti con i loro carretti di fritti. Rischiamo quasi un incidente con un tizio di un tambal ban che schizza in mezzo alla strada al fragoroso scoppio di un qualche componente del motorino che stava riparando. Riusciamo a schivarlo e ad evitare l’incendio che nel frattempo si era iniziato a propagare a bordo strada. E anche i fuochi d’artificio non ce li siamo fatti mancare.

Quando cala il crepuscolo la situazione diviene più critica per via delle raffiche di insettini sparati in faccia a 80km/h e il drastico cambiamento del manto stradale da un più o meno uniforme colata d’asfalto a toppe sconnesse tra una buca e l’altra. Ci fermiamo a chiedere informazioni ad un pak che siede solitario sul ciglio della strada, anche nell’intento di ricomporre le ossa del coccige e ripulirci la faccia dalle carcasse di insettini. Pare manchino ancora una trentina di chilometri a Sumenep. Decidiamo di fermarci a mangiare dato che sono già le sette di sera, che è poi l’ora di chiusura di molte attività, soprattutto nei posti a maggioranza musulmana.

Entriamo in un posto abbastanza pittoresco che si chiama Lesehan Salsabil. Più che una taverna sembra un enorme garage all’aperto dalle pareti in cemento grezzo. Su un angolo, ad occupare un terzo del locale, sono posizionati due lunghi tavoli ed un bancone da cucina, affiancati da un’automobile con le gomme a terra coperta da un’incerata blu. Una ibu nel suo lungo abito bianco con il velo è intenta nella sua preghiera serale, inginocchiata tra il relitto a quattro ruote e uno dei tavoli. Attendiamo che finisca e ordiniamo un pollo ed un’anatra fritti con riso bianco, verdure e melanzane (fritte).

Stranamente finiamo il riso – non accade mai date le porzioni generose – e chiediamo il bis alla signora. Lei ci fa cenno di attendere ed esce dal locale. La vediamo attraversare la strada ed entrare in una delle abitazioni private che sorgono sul lato opposto. Torna poco dopo con un involto di riso che ripone nell’apposito cuoci riso elettrico, coperto da un grazioso centrino rosa a pois e fiorellini con merletti rossi. Non senza una punta di rammarico, ci chiediamo a quale famiglia abbiamo levato il cibo di bocca. Nel frattempo il locale si riempie sempre più di avventori ed in men che non si dica ci ritroviamo coinvolti in uno dei consueti interrogatori da parte di sconosciuti.

Arriviamo a Sumenep verso le otto e mezza di sera e ci diamo alla consueta disperata ricerca di un posto dove dormire. È tutto pieno, pare. L’alun alun (la piazza principale) davanti la moschea centrale brulica di luci colorate, suoni, giostre in funzione e folla festante. Tutta la città è illuminata e decorata a festa, anche se non sappiamo quale. La prendiamo simbolicamente come una bella celebrazione natalizia.

L’hotel C1, indicato dalla Lonely Planet, è il puro frutto di una qualche fantasia allucinatoria. Non solo la via è riportata secondo coordinate errate, ma anche quando scopriamo quelle vere grazie a dei poliziotti locali, non troviamo altro che una lugubre strada che conduce fuori dal centro abitato. Ricominciamo a rimbalzare da un passante all’altro in cerca di qualche posto che esista davvero e sia aperto. Finisce che ci ritroviamo all’alun alun, esattamente al punto di partenza, ma senza i venti dollari del Via.

Tentiamo all’hotel Wijaya I ma dato che è pieno, ci volgiamo all’identico speculare Wijaya II, pieno anch’esso. Anche quello successivo, l’Utami, è tutto al completo. Quello dopo ancora, il Sumenar, è tutto un programma, ed è quello dove ci troviamo ora.

Entro a domandare alla reception se hanno una camera. Il pak dietro al bancone sembra confuso. Lo vedo confabulare tra sé e sé per poi sparire in una porticina. Poco dopo torna e afferma che è disponibile la camera numero 10. Quindi prende le chiavi e ce le porge senza alcun accenno di emozione. Reduci da vecchi fasti, chiediamo come funziona per la colazione. Dice che ci porteranno il consueto nasi goreng delle sei e mezza del mattino. Proviamo a discutere la faccenda ma non sembra ci sia alternativa, o quello o il digiuno. Lo seguiamo alla nostra alcova, poco più di un tugurio che affaccia sulla sala comune. Lo vediamo cimentarsi, con poco successo, nell’arduo compito di far partire un vetusto e ingiallito condizionatore cinese vessato dagli anni e dall’umidità.

Quando ci lascia soli non sappiamo da che parte guardare. Sotto strati di polvere e sporcizia, cicche di sigaretta e notevoli macchie, si cela il pavimento. Il motivo ‘a macchie’ ritorna sulle lenzuola infeltrite che mi provocano strani pruriti al contatto. Di insettini curiosi ce n’è in quantità, mentre i ragni hanno preso pieno possesso del bagno in stile giavanese: un ritorno in grande stile della toilette alla turca con catino d’acqua per signore docce. Il resto del mobilio consiste in un vecchio mobile a ripiani che mi ricorda una casa di campagna russa e un altro mobile di quelli che troverei tranquillamente a casa dei miei nonni con sopra una monumentale TV a tubo catodico di marca Konka.

La mia attenzione continua comunque ad essere catturata dal condizionatore, che dopo un’oretta di sbuffi e rantoli non ha contribuito ad abbassare la temperatura di un solo grado. Stiamo affogando nell’afosa umidità dei tropici senza neanche il beneficio di una finestra che si possa definire tale. A completare il tutto, le zanzare assopite in qualche meandro lurido hanno capito che finalmente si mangia. Andiamo a far presente il tutto alla reception. Il pak ci propone di cambiare camera, non ci pensiamo due volte. La nuova stanza è più piccola, più pulita e con un certo criterio in più nel mobilio, il bagno è fuori dal dominio aracnide e di certo il tasso di probabilità di infezioni virali è considerevolmente più basso.

Il condizionatore è un piccolo LG a nove velocità che seppur non abbia vissuto la guerra come l’altro, senz’altro ne ha subìto gli strascichi. Diciamo che non produce un gelo glaciale, ma se non ci muoviamo eccessivamente riusciamo a respirare e non sudare. Per stare tranquilli, il pak ci porta anche il ventilatore, che è comunque più potente. La combo sembra funzionare e ci congediamo con l’uomo che, imbarazzatissimo, si perde in mille cerimonie.

Nonostante siano già le dieci passate decidiamo di andare a fare un giro, data l’aria di festa che tira. Nell’alun alun è tutto già finito. Una venditrice di bevande solubili ci fa giustamente notare: “Dove volete andare? È già notte”. Gli dico che vogliamo solo fare due passi.

Arriviamo davanti alla moschea centrale, vicino a quello che ha tutta l’aria di essere il kraton (il palazzo reale). Passeggiamo un po’ in lungo e in largo per strade deserte con attività chiuse e ci intratteniamo al taman bungah (parco floreale), un giardinetto con viali, panchine, casette per uccelli e aiuole curate in cui scorgiamo qualche timida coppietta che azzarda tenersi per mano con cautela. La compagnia dura poco, dopo pochi minuti rimaniamo solo noi. Andiamo a dormire con un dubbio atroce: “Ma domani mattina se dovemo alzà alle 6.30 per il riso?”.

Welcome to Sumenep
Lampioni pittoreschi